Tolkien e Lewis: un'amicizia

ecco un blog dedicato a J.R.R. Tolkien e C.S. Lewis, i signori del genere fantasy, nonchè membri del celebre gruppo "the Inklings" questo blog non è solo mio, ma vostro; quinde se volete dire curiosità, giudizi, domande e quant'altro non dovrete fare altro che mandarmi una e-mail all'indirizzo aragornegandalf@tiscali.it oppure semplicemente cliccando sul link EMAIL che trovate nel mio profilo CIAO!

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adoro Tolkien, Lewis e Dante

Thursday, June 08, 2006

Aslan, Cristo e Iluvatar

"- sai, non è tanto per Narnia- singhiozzò Lucy -è per te! laggiù non ti vedremo più... come potremo farne a meno?
-si che mi incontrerai amica mia- disse Aslan
-siete.... siete anche nel nostro mondo signore?- chiese Edmund
-sì- spiego Aslan, solo che laggiù ho un altro nome e dovrete imparare a conoscermi con quello. è questo il motivo per cui siete stati mandati a NArnia: adesso sapete qualcosa di me anche se non molto. vi sarà più facile riconoscermi nel vostro mondo." (le cronache di Narnia: il viaggio del Veliero

quelle che seguono sono mie riflessioni, sono ipotesi, sarei felice di essere messo al corrente di anche altre opinioni.

da questo brano che ho citato, mi sembra evidente che Lewis, quale scrittore Cattolico dica chiaramente che Aslan e Cristo sono entrambi la stessa persona; mi sono chgiesto però se Aslan con le sue parole, non faccia riferimento anche a Iluvatar del "Silmarillion";è vero che Il viaggi odel veliero fu pubblicato almeno due anni prima del "signore degli anelli", ma è anche vero che Tolien e Lewiserano amicissimi, quindi Lewis doveva essere venuto a conoscenza di questi fatti ben prima, forse in tempo per citarlo nel suo libro.
la mia è solo un' ipotesi che sto cercando di dimostrare o eventualmente smantellare, per questo chiunque voglia intervenire è il benvento!

Friday, June 02, 2006

IL SILMARILLION

sebbene pochi lo conoscano o lo abbiano letto, il Silmarillion è un lbro essenziale per comprendere fino in fondo il celebre romanzo "il Signore degli Anelli", tanto è vero che più volte Tolkien rimanda a personaggi o fatti narrati nel Silmarillion.
vi propongo una breve introduzione al libro sperando che possa essere utile, e sopratutto che possa invogliarvi a leggere il libro

IL SILMARILLION:

Il Silmarillion non fu concepito dal suo autore come un testo unitario ma è stato riunito come lo leggiamo noi oggi solo nel 1975, dopo la morte di Tolkien padre, dal figlio Christopher che gli diede una continuità temporale e una forma leggibile. Non e' altro che l'insieme di scritti che dovevano servire come sfondo alle successive storie, in particolare Lo Hobbit e Il signore degli anelli del buon Ronald che, da eccellente studioso di letteratura inglese nonché filologo di fama e appassionato di miti e leggende, è riuscito a dare un background mitico alla sua successiva produzione, con un linguaggio che trae liberamente ispirazione dalle classiche epopee di gesta: da Omero a Ossian alla Bibbia, dai miti classici alle leggende nordiche con ricercate locuzioni e la riscoperta di significati perduti delle singole parole (che ha richiesto anche un monumentale lavoro di traduzione).Non si può leggere il Silmarillion come un romanzo: ne rimarremmo delusi. Dobbiamo leggerlo nell'ottica di chi l' ha scritto. E così troveremo nel primo capitolo, quello della creazione del mondo, un originalissimo consesso di dei che attraverso la musica celestiale che sono in grado di produrre danno vita alle creature, al mare, alla natura e a tutti gli elementi della terra. Naturalmente vi troviamo anche l'origine del male con Morgoth, uno dei santi creatori che, invidioso del potere del dio Iilùvatar tenta di ottenere più potere per sè scatenando il Male nel mondo.Successivamente il libro, nonostante l'innegabile faticosità della lettura passa a spiegare la nascita delle razze: prima gli elfi, gli esseri perfetti e immortali. poi gli umani mortali ma con la facoltà di interrogarsi sul senso della vita, eccetera. Poi ancora i nani, creati da uno dei Valar (così si chiamano gli dei che sovrintendono alle "cose della terra") per aiutarlo nei lavori.Successivamente si passa al racconto dell'espansione delle varie razze sulla terra e in seguito alle guerre e alla storia dei silmaril, oggetti preziosissimi creati dagli elfi che scatenarono l'invidia di Morgoth.Insomma un librone epico di difficile lettura che trova il suo senso compiuto solo in relazione ai romanzi seguenti di Tolkien. Potrebbe essere ancora più duro da digerire e rivelarsi un mero esercizio di stile per chi fosse digiuno di quella splendida ambientazione creata dalla fervida fantasia di uno dei più grandi scrittori del secolo passato.

Wednesday, May 31, 2006

mi presento



è giunto il momento che io sveli il mio vero aspetto senza più nascondermi dietro uno pseudonimo(ma il nome per ora non ve lo dico; boromir mi piace); questo sono io! (foto vecchia ma rende l'idea) giovane studente del nord italia, attratto dal medioevo e dalle opere fasntasy che più di ogni altra sono reali "no, non è vero che i miti sono finti..." (Tolkien a Lewis) frequento un liceo classico, mi piace la musica lo sport, e un mucchio di altre cose. più di ogni altra cosa, adoro fare qualsiasi tipo di lavoro sugli inklings, e uno dei miei sogni più grandi è diventare un esperto su di loro, e fare che quello sia il mio lavoro...
(acc.. ho scelto una foto bruttissima... no, aspettateche ne metto un altra oltre a questa conil mare, è ancora più vecchia ma almeno non è così indecente) uff... vengo sempre così male.. ora basta dato che inizio a delirare, ma in questo blog serviva un tocco di colore insieme a questa seriosità... (questo meledetto blog ci mette 80 anni a caricare 1 foto... uffa!) umh ha messo prima quella + vecchia... fa niente, due foto bastano ora vi ho annoiato troppo, buon proseguimento!!
vostro Boromir

TOLKIEN E LEWIS due visioni, una visione

Stando al suo biografo Humphrey Carpenter, Tolkien, cattolico praticante, ebbe una parte non trascurabile nella conversione di Lewis al cristianesimo. Diversi nel carattere, negli atteggiamenti, i due scrittori e animatori del circolo degli Inklings lo furono anche negli esiti umani e letterari, e finirono col tempo per dividersi. Quel cenacolo di studiosi fu però anche un luogo di dibattito e di confronto sui temi della fede, cui gli interlocutori contribuivano partendo da esperienze diverse, alcune di esse, come avvertì a un certo punto lo stesso Tolkien, irriducibili e inconciliabili tra loro. Ne parliamo con Saverio Simonelli, giornalista e scrittore, che nel 2002 ha dedicato a Tolkien un saggio, edito da Frassinelli (Tolkien: il Signore della fantasia), e torna ora in libreria con una nuova fatica dedicata al mondo letterario del narratore inglese (Gli anelli della fantasia: viaggio ai confini dell’universo di Tolkien, Frassinelli, 2004). Tolkien ebbe un ruolo nella conversione di Lewis. Tuttavia le due esperienze di fede furono profondamente diverse. Perché? SAVERIO SIMONELLI: Lewis è un convertito che abbraccia la fede non per una folgorazione di vita, o per aver visto esempi concreti di vita cristiana, ma perché, alla fine di un suo studio amoroso e sentimentale del Medioevo, gli sembrò, intellettualmente, l’unica scappatoia che rendesse plausibile la “materia” del suo studio. Lewis era talmente innamorato di quella letteratura, fortemente improntata ai contenuti religiosi e allegorici della Scolastica, che, a un certo punto, arrivò a concludere che l’assunto filosofico alla base di queste opere era vero. Quindi, l’approccio di Lewis al cristianesimo, pur se esistenziale, è sempre fortemente intellettuale e poetico. Tolkien ha un atteggiamento, direi, diametralmente opposto. Qual è la differenza? SIMONELLI: La posizione inequivocabilmente cattolica di Tolkien è tutta nella percezione del sacramento come una cosa reale, nel suo confessarsi tutte le volte che si accostava alla comunione. Nelle lettere al figlio Christopher durante la Seconda guerra mondiale, mentre questi era al fronte, ripete sempre: mi raccomando, frequenta i sacramenti, recita almeno un’Ave Maria al giorno, e quando puoi, vai in una chiesa francese; non importa se non capisci quello che dicono, se trovi confusione, preti che tirano su col naso e bambini che strillano, ma frequenta il sacramento. E non bisogna dimenticare che Tolkien si è accostato al cattolicesimo grazie alla testimonianza della madre. Ha visto le sue sofferenze, il ripudio da parte dei parenti per la sua conversione. Non ha avuto cioè un approccio “spiritualeggiante” alla fede, mentre per Lewis, per quanto possa essere stata reale la sua conversione, il cristianesimo resta una metafora intellettuale. Tolkien rimprovera a Lewis questo approccio? SIMONELLI: Non esplicitamente. Ma nelle loro discussioni c’è sempre un punto in cui i due opposti atteggiamenti confliggono. Una sera, ad esempio, durante uno degli incontri degli Inklings venne fuori il tema della cremazione. Il fratello di Lewis, non capendo perché la Chiesa cattolica fosse contraria, pone la questione a Tolkien. Tolkien risponde che il corpo è tempio dello Spirito Santo e per questo non può essere distrutto. «Ma devi ammettere che è un tempio abbandonato» gli replica Lewis. «Ma questo significa forse che è giusto distruggerlo? Se una chiesa deve essere abbandonata per un qualunque motivo, tu non la farai saltare immediatamente in aria e neppure la raderai al suolo appiccandole fuoco». «Lo faresti» risponde Lewis «per impedire che venisse usata, diciamo, dai comunisti? In quel caso preferiresti vederla distrutta?».
Qual è il punto di conflitto fra i due atteggiamenti? SIMONELLI: Quello di Lewis è un ragionamento perfettamente plausibile dal punto di vista intellettuale. Se la chiesa è un simbolo, tanto vale che sia tu stesso a distruggerla per evitare che, cadendo nelle mani del nemico, diventi un simbolo negativo. Ma Tolkien risponde: «No, non lo preferirei». «E perché no?» domanda il fratello di Lewis. Tolkien allora porta un altro esempio: «Se tu sapessi che un calice sta per essere usato da uno stregone, come in quella storia di Williams, per questo considereresti tuo dovere distruggerlo?». Lewis dice: «Penso di sì». E Tolkien: «Allora saresti mentalmente colpevole se lo facessi. Il tuo compito è soltanto quello di riverirlo». Perché questa risposta? Perché, comunque, per Tolkien, il calice rimane qualcosa in cui c’è stato il sangue di Cristo, vero, reale, e nessun uomo può distruggerlo. Invece, per chi ha un approccio più che altro simbolico-intellettuale, occorre impedire che qualcun altro usi quel simbolo. Per Tolkien, tu devi fare il tuo dovere di cristiano, che è onorare quel calice. Il resto non sta a te. Questa differenza di approccio alla fede coinvolgeva anche altri membri degli Inklings? SIMONELLI: Coinvolgeva senza dubbio anche Charles Williams, per il quale, a un certo punto, Lewis prese un’autentica “cotta” intellettuale, che nasceva dalla stessa predilezione, dalla loro totale identificazione nelle fonti della letteratura inglese. Una volta Lewis lo prese come docente incaricato a Oxford per alcune lezioni: in una di queste Williams parlò del Comus di Milton, un’opera allegoricamente votata all’esaltazione della purezza, della castità: e svolse il tema in un modo talmente esauriente che Lewis ne rimase conquistato. Ma, in Williams, e qui sta il punto, osserviamo una percezione, sempre molto intellettuale, di aspetti del cristianesimo. Quale fu il rapporto tra Tolkien e Williams? SIMONELLI: «Ero e rimango del tutto indifferente verso il modo di pensare di Williams» scrisse Tolkien nel 1965: «Lo conobbi soltanto come amico di Lewis. Ci trovammo reciprocamente simpatici, ci piaceva chiacchierare insieme, ma a livelli più profondi o più elevati non avevamo niente da dirci». Anche dal punto di vista letterario, Tolkien non apprezzava i racconti “spirituali” di Williams, proprio per quest’approccio poetico, sentimentale. Quelli che per Williams erano soltanto “simboli cristiani”, e che per Tolkien erano reali, erano una giustificazione per un’avventura intellettuale. Invece per Tolkien, essendo qualcosa di radicato nella vita, quei misteri non potevano essere neppure detti. C’è in lui qualcosa della riverenza medievale di fronte all’ineffabilità delle cose profonde. Questa è la differenza fondamentale. Invece Lewis era completamente, follemente “innamorato” di Williams. Arrivò addirittura a descriverlo come un angelo: «Per la prima volta nelle strade di Oxford è passato un angelo». Ma Tolkien sapeva bene a che cosa collegare la parola angelo e rimaneva interdetto. E, in effetti, Williams, anglicano praticante, ebbe, come molte altre figure inglesi, approcci con la Golden Dawn. Di cosa si trattava? SIMONELLI: Era una sorta di loggia, cui apparteneva anche il poeta irlandese Yeats. La si potrebbe definire una riunione di “spiriti eletti”, che credevano di integrare la dottrina cristiana attraverso una sorta di rivelazione personale, che ciascuno di loro riteneva di avere, chi attraverso i mezzi della poesia, chi attraverso la visione. Non dimentichiamoci che Yeats attribuisce una delle sue ultime opere alla scrittura automatica della moglie. È una visione iperspiritualista, con delle componenti di gnosi. Anche se nessuno di questi rifiuta l’idea di un Cristo incarnato, tuttavia la integra attraverso questa libera ricerca di carattere fortemente intellettuale, che affascinava uno come Williams. Invece Tolkien ha un approccio non dico crudo, ma certo eminentemente più realista, e non soltanto alla fede, ma anche proprio all’organizzazione della vita. In quali aspetti della vita di Tolkien emerge di più questo atteggiamento? SIMONELLI: Tolkien aveva quattro figli. Sicuramente, anche se era un accademico, dedito alle lettere, il rapporto di condivisione profonda che aveva con i figli non poteva non nascere da uno scambio di vita che passasse anche per le cose quotidiane, più banali. È bellissimo rileggere, in una lettera indirizzata al figlio, un punto in cui dice: «Nel rapporto tra un padre e un figlio da qualche parte ci deve essere un po’ di aeternitas», un piccolo mattoncino che è poi destinato, chissà, a svilupparsi in un’altra dimensione. Che non è però la dimensione spiritualeggiante, gnosticheggiante, ma qualcosa che deriva dall’aver fatto un tratto di strada insieme, a contatto di gomito, nella vita. Il finale del Signore degli anelli a questo proposito è fondamentale. Mentre gli eroi del racconto tornano dalla loro avventura, Tolkien commenta: «Non dissero nulla, ma ognuno traeva conforto dalla presenza dell’altro sulla lunga strada verso casa». È l’immagine del cristiano, il conforto dall’avere vicino qualcuno che posso guardare negli occhi, che posso toccare.

Monday, May 22, 2006

I CRISTIANI NON DICONO MAI ADDIO: a tu per tu con C:S:Lewis

è curioso il fatto che pur non essendo Cattolico, Lewis riuscisse a convertire al Cristianesimo moltissime persone; esse si convertivano stando con lui ho semplicemente legendo i suoi libri.questa intervista al suo segretario spiega molto bene questo lato del suo carattere; amando molto questo autore e avendo conosciuto il suo segretario ho trovato questa intervista bellissima; mi piacerebbe sapere cosa ne pensate.INTERVISTA AL SEGRETARIO DI LEWIS MR. HOORPERCi racconti come è nato il rapporto con Lewis. Prima semplice lettore, poi corrispondente epistolare e infine caro amico e collaboratore.Vivevo nel North Carolina, terminata l'università mi arruolai nell'esercito e mi portai dietro il mio primo libro di Lewis: Miracoli. Scoprii lo scrittore più fine in cui mi sia mai imbattuto, profondo e chiaro (di solito uno esclude laltro!). Così mi immersi nella lettura di tutte le sue opere. Nel 54 mi decisi a scrivergli. Lo ringraziai per i suoi scritti, perché mi facevano crescere come cristiano. Da quel momento nacque un folta corrispondenza, che culminò nell'incontro personale avvenuto nel giugno del 1963. Mi chiese di andarlo a trovare a Oxford. Mi ero immaginato un incontro formale e fugace; invece lui superò di gran lunga la bellezza dei suoi libri; Lewis aveva la capacità di farti sentire grande quando in realtà eri piccolo, percepivi una stima che ti metteva a tuo agio: capivi che lui si aspettava sempre qualcosa da chi aveva di fronte. Mi invitò parecchie altre volte in quell'estate. Prendevamo il tè insieme, oppure una birra al pub, la domenica andavamo in chiesa. Mi chiese di partecipare al circolo degli Inklings come uditore. Dopo un certo periodo mi disse che aveva bisogno di un segretario: suo fratello, che lo aveva aiutato fino a quel momento, ora aveva gravi problemi di alcolismo. Mi chiese di rinunciare al mio lavoro di docente negli Stati Uniti, passammo quell'estate a fare progetti su come impostare il lavoro; poi partii alla volta del Kentucky dove avrei insegnato lultimo trimestre prima di trasferirmi definitivamente ad Oxford. Ma il 22 novembre fui raggiunto dalla notizia della sua morte. Dopo giorni di smarrimento, tutti gli amici di Lewis mi convinsero a continuare il mio lavoro ugualmente. E così mi ritrovai a vivere nella casa di Lewis, senza Lewis. E negli ultimi quarantanni mi sono dedicato a pubblicare e promuovere tutto il suo lascito letterario.Lei era anglicano ed è diventato cattolico. Come è avvenuta la sua conversione? Lewis, che era anglicano, lha aiutata in questo passaggio? È curioso il fatto che anche Thomas Howard (tra i massimi esperti di Lewis) abbia abbandonato la Chiesa evangelica per approdare al cattolicesimo. Cè forse qualcosa di cattolico in Lewis?Passai alla Chiesa cattolica nel 1988, dopo decenni di lungo travaglio. Convertirsi dall'anglicanesimo al cattolicesimo, in terra anglosassone, ti crea un sacco di problemi. Infatti persi tutti gli amici. Saggiamente il Vescovo a cui mi ero rivolto mi è aveva consigliato di farlo negli Stati Uniti, dove il clima culturale era diverso. E così feci. Finalmente mi sentii felice, accolto. La solitudine che da sempre avvertivo cominciava a dissolversi. Dopo anni di tentativi di salvare la Chiesa dInghilterra, avevo deciso di permettere che la Chiesa cattolica salvasse me. Sì, perché nella Chiesa anglicana di quegli anni vedevo una grande confusione: negli anni 60 cera stato il Sinodo dove veniva messa ai voti la dottrina della Chiesa (e in questo modo si voleva affrontare anche lordinazione delle donne). Il clero stesso aveva perso la sua fede dogmatica, e questo è diventato evidente quando un paio di anni fa la rivista Spectator ha intervistato molti vescovi: non ce nè stato uno che ha dichiarato di credere nella resurrezione. Lewis, nel saggio Il cristianesimo così comè, descriveva il cuore della fede, senza porre laccento sulle varie differenze, ma valorizzando il patrimonio comune. Ma mi rendevo sempre più conto che gli unici a credere e a capire ciò che Lewis dice in questo libro erano i cattolici. Le cose avevano raggiunto uno stadio tale che quasi tutto ciò che Lewis difendeva lo si poteva trovare soltanto nella Chiesa di Roma. Per Lewis Cristo era un fatto: «Cristo è sì un mito, ma un mito realmente accaduto» afferma in una lettera. Per lui lincarnazione, la resurrezione, i miracoli, gli angeli, il diavolo, linferno e il paradiso erano veri, realmente esistenti. Mi ricordo una volta, mentre ero a casa con lui, mi disse. «Povero Lazzaro, è dovuto morire due volte!». Io pensavo che parlasse di un parente, o di un vicino di casa, poi ho chiesto: «Ma stai parlando del Lazzaro della Bibbia?». «Certo! Ma guarda che lui non sapeva di essere biblico!». Lewis aveva una confidenza, una certezza rispetto ai contenuti della fede esattamente come quella degli apostoli. Anche laccusa di Lewis al relativismo in campo etico è qualcosa che sento fortemente nella Chiesa cattolica. In Il veleno del soggettivismo scrive: «Se non viene posto uno standard immutabile il progresso è impossibile, se il bene è un punto fisso almeno è possibile avvicinarci sempre più ad esso, ma se il terminale è tanto mobile quanto il treno, come è possibile che il treno possa avvicinarsi sempre più a questo punto terminale?».

Wednesday, May 17, 2006

TOLKIEN E IL SUICIDIO

sfogliando le opere di Tolkien mi sono accorto che è ricorrente il tema del suicidio; su internet ho fatto una ricerca per vedere cosa ne pensava la gente. il risultato è stato sconcertante; ho trovato tantissime ipotesi e supposizioni, con il risultato che quando ho spento il PC avevo le idee più confuse di prima.
così ho deciso di provare a scrivere io qualcosa in proposito, e il risultato è stato interessante. per prima cosa ho analizzato tre dei "suicidi" più significativi delle opere di Tolkien sulla terra di Mezzo: quello di Turin e di Niniel; quello di Denethor; e quello (il più dubbioso e ambiguo) di Aragorn.
premetto che in ogni caso un suicidio è qualcosa di negativo; infatti ognuno di noi ha un compito da svolgere e non se ne può andare finchè non lo ha completato, noi a priori non possiamo sapere quando abbiamo compiuto il nostro compito; lo sapremo solo quando staremo per morire.
"ora vado dai miei padri, nella quale compagnia non dovrò più vergognarmi" (Theoden)
molti pensano che il suicidio di Turin e di Niniel fosse una specie di purificazione; come se fosse la cosa più giusta da fare, l'unica alternativa agli eventi; ma non bisogna dimenticare almeno due fattori: il primo è che Mandos li respinge, quindi li considera indegni; il secondo è che Turin e di Niniel non avevano fatto i conti con i Valar; avevano un pregiudizio su di loroe non hanno tenuto conto che le cose sarebbero potute andare dibersamente.
il suicidio di Denethor è un suo atto di superbità; infatti egli vuole decidere per sè il suo destino, si mette al di sopra di tutto e di tutti, e questo è l'atto di un uomo disperato ridotto alla follia dalla sua arroganza e dalla sua troppa fiducia in sè stesso; Gandalf giudica in modo ottimo il suicidio di Denethor: ""Non hai l'autorità, Sovrintendente di Gondor, di stabilire l'ora della tua morte. Solo i Re schiavi dell'oscuro potere si comportavano nella loro empietà in questo modo, suicidandosi in preda all'orgoglio e alla disperazione." è esattamente quello che fa Denethor
infine veniamo al più discusso suicidio: quello di Aragorn. personalmente non lo considero un suicidio, ad Aragorn infatti fu concesso il dono di poter scegliere quando partire, ma SOLO dopo aver svolto il suo incarico; infatti Aragorn quel giorno di primo marzo poteva partire come restare, ma se sarebbe restato sarebbe stato sopraffatto dalle decrepitezza; in ogni caso il suo compito era finito, e presto sarebbe partito comunque.
spero di non aver confuso le idee... queste sono le mie impressioni, spero che vi possano essere utili, ad ogni modo, se siete giunti a leggere queste parole, grazie per avermi seguito fino a qui

Wednesday, May 10, 2006

Tolkien e Lewis, trent'anni di amicizia

cosa legava tanto questi due scrittori? come questo rapporto ha influenzato le loro opere e la loro vita? è un articolo molto bello; è lungo ma ne vale la pena

J.R.R. Tolkien e C.S. Lewis: osservando un'amicizia trentennale
Indaghiamo la lunga e complessa amicizia che ha unito i due scrittori: come ha influenzato le vite e le opere di entrambi.
Se chiedete a un appassionato di Fantasy chi è J.R.R. Tolkien vi risponderà senza dubbi e con dovizia di informazioni: se chiedete chi è C.S. Lewis facilmente vi dirà due cose: che è l’autore del ciclo di Narnia e che era amico di Tolkien. Fino a tempi molto recenti la risposta riguardante Narnia sarebbe stata in dubbio perché mentre il nome dell’autore de Il Signore degli Anelli è noto anche al lettore di Fantasy più occasionale C.S. Lewis si è trovato a vivere — nei paesi non anglosassoni — la condizione di “nome noto” in una sorta di limbo un po’ nebuloso dove la sua persona e la sua opera erano familiari, sì, ma sostanzialmente poco conosciute.

Ora, grazie alla nuova fama di cui Narnia gode, torna anche la curiosità di conoscere meglio il rapporto che ha unito Lewis e Tolkien. Ricordiamo comunque che indagare sui rapporti personali tra due persone è in fondo un salto nel buio e che l’immagine completa continuerà comunque a sfuggirci; nella ricerca ci siamo basarci su stralci di informazioni, lettere personali, commenti riportati e volontari depistaggi dei diretti interessati.

John Ronald Reuel Tolkien e Clive Staples Lewis (Jack per gli amici) si conobbero a Oxford nel 1926, quando avevano rispettivamente 34 e 27 anni e non avrebbero potuto essere più diversi per origini, carattere e scelte di vita: Tolkien era sposato mentre Lewis era scapolo e orgoglioso di esserlo, il primo era cattolico e veniva da una situazione famigliare molto disagiata mentre il secondo si trovava proprio all’epoca nel pieno di una personale ricerca spirituale.
Eppure si scoprirono spiriti affini nelle scelte letterarie e soprattutto nell’importanza che entrambi davano al Mito come genere letterario: in modi diversi si trovarono entrambi a indagare la soluzione dello stesso problema, ovvero se fosse possibile rinnovare il racconto mitologico in termini moderni e offrirlo ai lettori contemporanei. Anni dopo Tolkien riassunse quest’esigenza di scrivere raccontando che Lewis gli disse: “Tollers, ci sono troppo pochi racconti che ci piacciono. Temo che dovremo provare a scrivere qualcosa noi.”

Tolkien non aveva un carattere facile ma con i pochi amici che considerava intimi dava il meglio di sé: gioviale, amante della buona conversazione, della birra e delle risate in compagnia, poteva passare dalla malinconia alla battuta in un momento. Lewis aveva una mente brillante e un umorismo arguto e pungente che ben compensavano l’altro. Come già accennato, inizialmente legarono per la comune passione nei confronti della letteratura ma l’elemento fondamentale che cementò la loro amicizia fu la ricerca spirituale di Lewis e l’importanza che entrambi diedero alla religione nella loro vita: Tolkien era un cattolico convinto e seguì con molta partecipazione e affetto il cammino personale dell’amico che dopo un’infanzia protestante e una giovinezza agnostica, negli anni Venti si riavvicinò al cristianesimo. Lewis, convertitosi nel 1931, riconobbe sempre il ruolo importante svolto da Tolkien in questa scelta e trovò in lui un teologo attento e appassionato con cui poter discutere dei temi cari a entrambi. Un legame ancora più necessario per i due uomini se si ricorda che fino alla Seconda Guerra Mondiale non era facile essere cattolici nell’Inghilterra protestante.

Negli anni Trenta Tolkien diede vita al nucleo delle storie del Silmarillion e dello Hobbit mentre Lewis cominciò ad imbastire il mondo di Narnia.
Iniziarono a leggersi a vicenda il frutto delle proprie fatiche così Lewis fu tra i pochissimi esterni alla famiglia di Tolkien a poter leggere gli scritti dell’amico: Tolkien, in merito alla genesi del Signore degli Anelli, dirà in seguito : “Lui (Lewis) l’ha ascoltato tutto, pezzettino per pezzettino, letto ad alta voce…”
L’influenza che ebbero l’un sull’altro non fu tanto stilistica quanto umana, negli incoraggiamenti a non demordere di fronte all’ilarità del mondo accademico per le loro fantasie e nel continuare a credere che il mito e il racconto fantastico potessero avere uno spazio nella letteratura per adulti. Contrariamente a quanto ammiratori e biografi hanno sostenuto, infatti, tra i due non si instaurò mai una vera collaborazione attiva — cosa che, per inciso, entrambi hanno sempre negato — ma un costante supportarsi a vicenda con spunti e stimoli che nascevano anche dal confronto di stili e gusti molto diversi. In una lettera molto successiva Tolkien ebbe modo di scrivere: “Il debito impagabile che io ho nei suoi confronti non è tanto un’influenza come la si intende di solito, quanto il puro incoraggiamento. A lungo è stato il mio unico pubblico. Solo lui mi ha messo in testa che la mia roba poteva essere qualcosa di più di un divertimento privato.”

Mentre Lewis fu un appassionato sostenitore del Signore degli Anelli, non si può dire che Tolkien, pur apprezzando altri scritti dell’amico, ricambiasse l’entusiasmo nei conforti di Narnia, troppo lontana dal suo mondo per gusto, scelte narrative e fonti. Purista per natura, Tolkien considerava Narnia un universo caotico dove buone idee e spunti erano soffocati da riferimenti contrastanti, opinione comprensibile se si pensa che l’ottica con cui ha affrontato il suo lavoro era molto diversa da quella del collega. Tolkien ha continuato a ritoccare i suoi libri per decenni, pulendo e sfrondando da tutto ciò che potesse distrarre dall’idea di fondo mentre la scrittura di Lewis si nutriva anche di innovazioni subitanee e improvvisi rifacimenti: tanto Tolkien cercò di fare della sua creazione una vera mitologia moderna, basata sulla coerenza di regole inviolabili, quanto Lewis scrisse in Narnia un racconto propriamente fantastico coltivando il gusto per l’effetto scenico, la commistione di fonti e i rimandi a tradizioni diverse. Un approccio alla scrittura che Tolkien definì “l’intrusione tipicamente lewisiana di cose che non c'entrano.”

Nonostante le differenze di vedute sulle loro opere i due continuarono a frequentarsi fino alla fine degli anni Quaranta, soprattutto perché già dal decennio precedente la loro amicizia si era allargata a includere un gruppo di altri uomini, tutti legati all’ambiente di Oxford, tutti interessati al mondo letterario, in quel cenacolo di amici diventato noto con il nome di Inklings.
Charles Williams fra Lewis e Tolkien
Il gruppo si unì a Lewis e Tolkien nelle serate al pub o a casa dello stesso Lewis; nel corso della serata qualcuno avrebbe tirato fuori un taccuino o un manoscritto da cui avrebbe letto poesie o racconti e, tra lodi e stroncature, avrebbero continuato in discussioni appassionate sino a notte fonda.
Il progressivo allontanamento tra Tolkien e Jack iniziò quando nel circolo degli Inklings entrò Charles Williams, scrittore caro a Lewis e malvisto da Tolkien, che si risentiva dell’influenza esercitata da Williams sul vecchio amico: Tolkien si ingelosì della presenza ingombrante dell’autore soprattutto perché tra loro due non scattò mai nessuna affinità, né sotto il profilo umano né sotto quello letterario.

La distanza tra Jack Lewis e Tolkien si fece enorme intorno al 1957, anno del matrimonio di Lewis con Joy Davidman Gresham. I sentimenti di Tolkien in merito al matrimonio dell’amico non sono mai stati chiariti ma sembra che lo guardasse con diffidenza.
C’è chi ha voluto vedere in questo atteggiamento una tensione omosessuale. In realtà è più probabile che dipendesse in gran parte dalla gelosia dei propri affetti tipica di Tolkien, un tratto caratteriale evidente nello scrittore e probabilmente legato all’infanzia difficile. Non bisogna dimenticare, inoltre, il retaggio culturale di entrambi: le donne, poco visibili nella Oxford della prima metà del Novecento, non erano ammesse nella sfera culturale e letteraria in cui i nostri si muovevano e avevano uno spazio quasi unicamente relegato nella sfera domestica. Tolkien ha amato teneramente la moglie Edith per tutta la vita — e sul rapporto tra i due ci sarebbe molto da raccontare — ma non l’ha mai coinvolta nella creazione del suo mondo fantastico come farà poi con il figlio Chistopher: Edith è stata fonte di ispirazione, e non a caso la Luthien del Silmarillion è basata su di lei, ma mai una collaboratrice attiva. Al contrario, sposando la letterata Joy, Lewis, che per anni aveva ignorato il mondo femminile tanto quanto l’amico, iniziò a condividere con la moglie un’affinità intellettuale che Tolkien sembrò percepire come qualcosa di alieno e poco comprensibile.

Nel 1963 C.S.Lewis morì. Lui e Tolkien non si vedevano da tempo eppure il vecchio affetto per tutto ciò che si erano dati a vicenda rimaneva. Negli anni di lontananza Tolkien ebbe solo parole di stima e grande affetto nei conforti del vecchio collega e Lewis scrisse del legame con l’altro nel 1958, nel saggio sull’amicizia all’interno del suo libro I Quattro Amori.
Oltre a questo, non sappiamo dire. Esiste uno spazio privato che resta tale nonostante l’indiscrezione di appassionati e biografi. E’ stato sicuramente un rapporto profondo che ha avuto un ruolo importante nella crescita umana di entrambi e, almeno indirettamente, ha contribuito a darci il caposaldo della letteratura di genere fantastico del secolo scorso. Lasciamo le amicizie nell’ambito personale che è loro proprio e chiudiamo con le parole di Tolkien, che dopo la morte del vecchio amico scrisse: “ …noi abbiamo un grosso debito reciproco e quel legame, con il profondo affetto che l’ha generato, resta. […]

Naturalmente potrei dire molto di più, ma non lo farò. Tuttavia vorrei che, dopo la morte di un grand’uomo, si potesse impedire di parlarne a quei piccoli uomini che non hanno, e dovrebbero rendersene conto, una conoscenza sufficiente della sua vita e del suo carattere per poter dire la verità.”